Che fare con le rivolte arabe
Muammar Gheddafi è uno dei despoti più spregevoli del mondo. Per quarantadue anni ha tenuto i propri sudditi imprigionati in un regime di paura al cui confronto l’Egitto di Mubarak sembra quasi un paese libero. Ha addestrato e sostenuto killer come Charles Taylor e Foday Sankoh, fomentando spaventose guerre in Liberia, Sierra Leone e altri paesi africani. di Paul Wolfowitz Leggi Perché la Freedom Agenda seminata da Bush oggi dà i suoi frutti – Leggi La lezione libica – Leggi La sinistra ha molto trattato con Gheddafi (la differenza sta nei risultati) – Leggi Tutti gli articoli del Foglio sulle rivolte in Libia
15 AGO 20

Pubblichiamo ampi stralci dell'articolo di Paul Wolfowitz, ambasciatore in Indonesia, vicesegretario alla Difesa
e visiting scholar presso l’American Enterprise Institute, apparso ieri sul Wall Street Journal. La traduzione è di Aldo Piccato.
e visiting scholar presso l’American Enterprise Institute, apparso ieri sul Wall Street Journal. La traduzione è di Aldo Piccato.
Muammar Gheddafi è uno dei despoti più spregevoli del mondo. Per quarantadue anni ha tenuto i propri sudditi imprigionati in un regime di paura al cui confronto l’Egitto di Mubarak sembra quasi un paese libero. Ha addestrato e sostenuto killer come Charles Taylor e Foday Sankoh, fomentando spaventose guerre in Liberia, Sierra Leone e altri paesi africani, che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di africani (circa 200.000 nella sola Liberia, una cifra pari al 5 per cento della popolazione complessiva). Ed è Gheddafi [...] ad avere la responsabilità dell’attentato al volo 103 della Pan Am e della morte dei suoi duecentosettanta innocenti passeggeri.
E’ difficile comprendere perché gli Stati Uniti continuino a tentennare, quando invece dovrebbero esprimere con la massima chiarezza il proprio sostegno ai coraggiosissimi libici che Gheddafi sta massacrando. Non c’è modo di sapere cosa potrà accadere dopo l’uscita di scena del dittatore libico, dato che egli stesso ha stroncato sul nascere qualsiasi forma di leadership alternativa, ha impedito l’organizzazione di gruppo della società civile e ha messo il potere nelle mani di mercenari stranieri [...]. C’è il concreto pericolo che gruppi islamisti (i più pronti a organizzarsi in tali condizioni di spietata repressione) possano sfruttare a proprio vantaggio il vuoto di potere libico.
Ma questo non è assolutamente un motivo per preferire una continuazione del crudele regime di Gheddafi. Gli Stati Uniti devono schierarsi al fianco del popolo libico, in nome dei nostri stessi principi e valori. Quanto più a lungo dureranno i massacri, tanto più gravi saranno le conseguenze. Il silenzio statunitense in questi ultimi e cruciali giorni è stato duramente criticato e deriso da numerosi commentatori sui media arabi, che hanno ripubblicato con cinica soddisfazione la foto, scattata nel 2009, del segretario di stato Hillary Clinton che si incontra con uno dei più spregevoli figli di Gheddafi, Mutassim. [...]. Una nitida dichiarazione di sostegno da parte degli Stati Uniti sarebbe estremamente importante. Ma la situazione richiede anche un’immediato intervento, e non semplicemente parole più efficaci [...].
Ciononostante, ci sono varie cose che possiamo prendere in considerazione. C’è una disperata mancanza di medicine e attrezzature mediche nel pochi ospedali di Bengasi. [...] Ayman Shawki, un avvocato residente nella città di Matrouh, presso il confine con la Libia, ha detto che alcuni membri della potente tribù di Awlad Ali si sono offerti di trasportare i rifornimenti in Libia.
Gli Stati Uniti potrebbero aiutarli direttamente oppure incoraggiare donazioni private a questo scopo, come è stato fatto in occasione dello tsunami in Indonesia e del terremoto ad Haiti. Dovrebbero inoltre fare pressioni per una sospensione della Libia dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. E si dovrebbe avviare un’indagine sulla concreta possibilità che i funzionari dell’ambasciata libica abbiano costretto con la forza alcuni studenti libici a partecipare alle manifestazioni pro regime a Washington. Bisogna anche verificare la voce secondo cui i più stretti collaboratori del dittatore tunisino Zine el Abidine Ben Ali stiano facendo penetrare in Libia numerosi mercenari.
Se queste voci saranno confermate, gli Stati Uniti dovrebbero intervenire, in collaborazione con la Francia e la stessa Tunisia, per interrompere immediatamente questo flusso. Forse, l’aiuto più utile che gli Stati Uniti possono fornire sarebbe quello di rompere il blocco delle comunicazioni grazie al quale il regime di Gheddafi sta isolando il popolo libico e nascondendo i suoi crimini [...]. Naturalmente, ci sono molte altre cose che il governo americano potrebbe fare per aiutare il popolo libico, ma questo richiederebbe una chiara presa di posizione politica, che finora non c’è stata. Per vari giorni, diversi portavoce dell’Amministrazione e lo stesso presidente non hanno saputo far altro che recitare il solito ritornello, ossia che “i governi del Bahrein, della Libia e dello Yemen” devono mostrare “moderazione nei confronti delle proteste pacifiche”, come se non ci fosse alcuna differenza fra le colpe dei leader del Bahrein e la crudeltà assassina di Gheddafi [...].
La scorsa domenica, al programma della Nbc “Meet the Press”, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Susan Rice, si è rifiutato di rispondere a una esplicita domanda sul fatto che Gheddafi stava facendo ammazzare i manifestanti, affermando, invece, che “c’è stata meno violenza, e almeno finora pochissima a Tripoli”, anche se “siamo molto preoccupati per le notizie che a Bengasi – e nelle aree costiere – le forze di sicurezza si siano messe a sparare contro manifestanti pacifici”. Sempre nella stessa giornata di domenica, il dipartimento di stato ha cercato di rilanciare, rilasciando una dichiarazione nella quale si esortava il governo libico a rispettare il proprio “impegno a garantire il diritto alla protesta pacifica”, [...]. Subito dopo questa dichiarazione, però, uno dei figli di Gheddafi, Saif, ha pronunciato l’infame discorso con cui ha minacciato i propri sudditi paventando il caos e la guerra civile.
Incredibilmente, un anonimo funzionario dell’Amministrazione ha successivamente dichiarato alla Cnn che la Casa Bianca sta “analizzando” il discorso per vedere “quali possibilità offriva all’attuazione di un significativo processo di riforma”. Sulla Libia, il governo britannico ha reagito molto meglio degli Stati Uniti. Già sabato il ministro degli Esteri britannico, William Hague ha condannato le “inaccettabili violenze” di Gheddafi, [...]. Queste notizie, ha detto Hague, “sono spaventose. E se anche non ci sono telecamere a riprendere, questo non significa che il mondo non stia guardando”. Fortunatamente, la politica americana sembra essersi messa al passo. Lunedì, con una netta seppur tarda dichiarazione, il segretario di stato Hillary Clinton ha detto che “è giunto il momento di fermare questo inaccettabile massacro”.
Ciononostante, ha evitato di richiedere una rapida transizione del potere, come gli Stati Uniti hanno invece fatto con l’Egitto. Ciò che devono fare adesso gli Stati Uniti è indagare sulla notizia che forze mercenarie stiano mettendo in atto la minaccia di Saif di riportare il paese all’età della pietra. Se questa notizia risulta vera, gli Stati Uniti devono esortare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad approvare un immediato intervento per porre fine ai massacri.
di Paul Wolfowitz